mercoledì 14 ottobre 2020

Island wife

 La figura di donna in piedi di fronte ad un mare impetuoso ha catturato il mio sguardo attraverso la vetrina di Waterstones, a Oban.

Una figura di spalle, avvolta da un piumino imbottito, braccia aperte come se dovesse spiccare il volo, cielo tempestoso sopra di lei. Ho respirato subito con i suoi polmoni l'aria salata e fredda della Scozia.

Non ho avuto dubbi infatti sull'ambientazione della storia.

Tuttavia, non ho comprato subito il libro, titubante riguardo il mio livello di Inglese che di certo non mi avrebbe permesso di capirne integralmente il contenuto; ma l'ultimo giorno, mentre mestamente mi dirigevo alla fermata dell'autobus trascinando la mia pesante valigia stracolma di oggetti e indumenti inutili che ancora una volta mi ero portata dietro e di tanta nostalgia per la mia Scozia che stavo per lasciare di nuovo, ho di nuovo visto quel libro in vetrina.

Mi ha costretto ad entrare e l'ho acquistato perchè ho sentito che era lì per me.

Le recensioni mi hanno di certo incoraggiato, ma più di tutto credo il titolo, che poi in italiano non saprei neanche bene come tradurre.

Però essere sposa di un'isola è l'idea che avevo in mente.

E così ho scoperto la vita di Judy Fairbairns, offerta ai lettori con un senso di profondo pudore e umiltà: la sua vita sull'isola di Mull, la storia della sua famiglia, della realizzazione di un sogno, della delusione di fronte ad un amore sgretolatosi nel gelo dei lunghi inverni scozzesi, eppure sempre faro, fuoco, fulcro per ciascun protagonista, seppur in modo diverso.

Pagina dopo pagina ho riso e pianto con l'autrice, immaginando gli scorci dell'isola da lei descritti, le persone, gli animali, ogni piccolo dettaglio.

Sì, tantissime parole mi sono sfuggite...eppure nonostante questo ho percepito l'anima pura del libro e della sua preziosa storia.

Chissà come sarebbe leggerlo in italiano.

Dal punto di visa linguistico è stata un'esperienza veramente interessante, la mia mente ha accolto senza resistenza la musicalità dell'inglese con la certezza che certe sfumature non fossero traducibili.

Conclusa la lettura, ho cercato informazioni sull'autrice, ormai mi sentivo troppo vicina per non saperne di più. L'ho trovata su Instagram e ci siamo scambiate dei messaggi; suo marito, il suo amore per oltre quarant' anni è mancato proprio pochi mesi fa. Lei vive sempre lì sull'isola. Proprio l'isola che sogno di visitare. Scrive anche un blog, adoro la sua scrittura e come racconta la vita, la cura e il rispetto che esprime verso ogni attimo che riceve in dono.

Un libro per scaldare il cuore e consentirgli di credere e sfidarsi ancora.




sabato 26 settembre 2020

Desidera, poi realizza

 Il vento mi scompiglia i capelli ma rimette ordine nei miei pensieri, proprio come fa con la sabbia sulla spiaggia. Dopo pochi istanti le mie labbra sanno di sale, così la mia pelle e mi sento viva.

Spiaggia di Budoni - in fondo l'isola di Tavolara


Respiro con il naso e con la bocca, davanti al mare, mi perdo tra le onde e la mia terra diventa automaticamente L'ALTRA  terra: LA  SCOZIA.

E' già trascorso un mese dal mio rientro e la nostalgia non mi abbandona neanche per un giorno.

Oban - bassa marea

Quanto ho desiderato visitare Oban, potermi sedere su una panchina del lungomare ad osservare il via  vai delle navi che portano alle Ebridi, accompagnare il ritmo della marea con un buon bicchiere di whisky, perdermi nei cieli infiniti del nord.

Vista sulle Ebridi

Credo non sia un caso che abbia realizzato il mio desiderio di spendere una lunga vacanza in Scozia proprio quest'anno, in piena pandemia, nel momento più incerto e caotico che noi tutti abbiamo probabilmente mai vissuto.

Avevo acquistato i biglietti aerei già a dicembre, chi avrebbe mai immaginato cosa sarebbe successo a marzo e nei mesi successivi.

Avevo scelto gli alloggi, previsto gli spostamenti, visto video, studiato cartine, sognato ad occhi aperti, rimodulato più volte l'itinerario...poi all'improvviso sembrava essere andato tutto in frantumi.

Ma più passava il tempo più mi aggrappavo al desiderio di partire, un anelito verso la vita, un pegno d'amore verso me stessa. Avevo bisogno della Scozia.

Desiderare, questo è stato il primo passo. Poi credere di realizzare, credere senza nutrire dubbi, così da orientare ogni fibra del mio essere verso la vittoria.

Ho sfidato il mio innato scetticismo, la mia incredulità , la rassegnazione. Ho deciso di agire il mio desiderio  proprio nel momento in cui tutto voleva farmi credere che non ci fosse più tempo per i sogni.

E invece è proprio ora che dobbiamo realizzarli. Proprio ora perchè non c'è più tempo da perdere.

Trasformare il veleno in medicina. Questa è l'urgenza.

Il mio aereo è quindi finalmente decollato il 14 agosto e , al tramonto, Glasgow mi ha accolto con la sua musica ed il suo odore che dopo diciotto anni mi è ancora familiare. 

Tramonto sul Clyde

 Glasgow o la ami o la detesti. Lo dico sempre.
Per molti è solo una città grigia e tetra. Per me è pura  E N E R G I A!
Glasgow è la McGoldrick's family, la mia famiglia d'anima, non di nascita, ma chissà se lo era in un'epoca a me ignota.
Splendidi pomeriggi passati a cucinare, bere, chiacchierare come se mai ci fossimo separati.
I miracoli del cuore.
Poi via alla volta di Oban.
E da Oban, sogno nel sogno, attraversare uno stretto braccio di mare e approdare a Kerrera; isola agognata del libro "Il cerchio celtico"di Bjorn Larsson.

The small ferry ever!
                                                           

Isola di Kerrera
                                                                   
                                                                    Eccomi sull'isola.

Cottage in una campagna sconfinata
                                                  
Ho trascorso dei bellissimi giorni; le misure anticovid, a differenza dell'Italia, non hanno privato la gente del suo innato umorismo e della inconfondibile allegria che contraddistingue gli scozzesi.
Le grasse risate degli avventori nei bar erano musica per le mie orecchie, per un breve lasso di tempo mi hanno riportato ad una certa normalità, ad un modo consueto di stare insieme godendosi l'attimo. 
Ho accolto con sollievo la pioggia, la nebbia, il vento, proprio come può farlo chi viene da una terra riarsa in cui si sono sfiorati quotidianamente i 36 gradi e oltre per un mese intero!
Ancora una volta ho constatato di quante cose inutili fosse piena la mia valigia, e questo rispecchia me e mi ricorda che devo alleggerirmi, lasciare alle spalle, rinunciare a qualche sciocca certezza che è meglio barattare con qualche grammo in più di libertà.
La Scozia si rivela sempre un incontro con la parte di me che tendo a soffocare in Italia, ed è la parte più profonda, quella da far emergere a tutti i costi, se voglio salvarmi dalla mia rigidità.
 Lì emerge prepotentemente la mia natura libera. Cambia la grana della mia pelle, diventa più luminosa; nella terra delle possibilità torno all'essenziale e al minimale e mi piaccio così. Mi piaccio di più. 
Mi do voce, seppur nel mio inglese incerto. Ed è la mia vera voce.
Nel mio grazie c'è anche un arrivederci. Coltivo il desiderio.

Oban baciata dal sole






domenica 5 gennaio 2020

Insegnante in Scozia allo sbaraglio

St.Mungo's Academy - Immagine presa dal web. 
Al mio arrivo in Scozia come supplente, nel novembre di17 anni fa, il mio kit di insegnamento consisteva in qualche testo di Grammatica Italiana delle Magistrali e qualche altro libro, sempre relativo all'Italiano, che ad altro non erano serviti se non ad appesantire la valigia, facendola arrivare a 35 kg.
Quei libri non mi sono assolutamente serviti, naturalmente.
La Direttrice Didattica, una volta giunta al Consolato di Edimburgo e firmati i vari documenti, mi consegnò una scatola con del materiale facilmente spendibile in classe tipo flash cards, alfabetiere, cd con canzoni per bambini...e gli odiati registri. (servirebbe un post a parte per raccontare di me in lacrime mentre vagavo in una buia serata per le strade di Edimburgo con in mano QUELLA SCATOLA, non riuscendo più a trovare l'albergoin cui alloggiavo )
Non avevo idea di cosa significasse insegnare in generale e, nello specifico, insegnare italiano agli stranieri (bambini, ancora più precisamente).
Ora sarebbe diverso, avrei ben chiaro cosa insegnare in ciascuna classe, quali topic e con quali tempi.
Allora ero proprio una dilettante allo sbaraglio, a volte ci penso e mi dico che per fortuna NON AVEVO IDEA, altrimenti forse sarei scappata per non fare figuracce.
Mi furono assegnate sei scuole nello East End di Glasgow, zona ancora abbastanza abbandonata, ma in via di ripresa (lungo i marciapiedi c'era sempre tanta immondizia gettata dai passanti, cosa che per fortuna non ho più ritrovato nelle mie visite successive).
In ogni scuola seguivo circa 4/5 classi  mi pare, di 30 alunni ciascuna.
Erano tantissimi, paffutelli o magrissimi, sdentati per la maggior parte, biondi e rossi. C'erano anche molti bimbi di origine indiana, pachistana e anche italiana. Erano adorabili ed era buffo il modo in cui mi guardavano, come se fossi un extraterrestre...quando passavo nei corridoi spesso li sentivo bisbigliare : "The Italian teacher!", chissà cosa pensavano.
Per fortuna l'incontro con Cecilia, assistente di Italiano (Cecilia perchè hai chiuso il tuo blog???)  molto più preparata di me e con un'ottima conoscenza dell'Inglese, mi ha salvato dal disastro.
Le mie risorse erano l'improvvisazione e la creatività. Io e Cecilia spesso preparavamo dei giochi usando i cartoni della pizza, o altro materiale di riciclo.
Era un problema persino fare le fotocopie, perchè al solito il Ministero Italiano non aveva ottemperato al disbrigo di qualche pratica, tipo firmare non so che (facendoci fare la solita figura del cavolo).
Il lunedì lavoravamo nella stessa scuola media, poi io mi spostavo nelle altre Primary e lei rimaneva lì nella sede principale: la St.Mungo's School.
Great staff! In quella scuola ho trovato insegnati, coordinatori e preside superlativi, mi hanno supportato in ogni modo.
Insieme con Cecilia ho registrato il testo "La ragazza di Bube" che sarebbe servito per un esame degli studenti delle medie. Chissà se esiste ancora quel nastro inciso su un semplice registratore.
I giorni si susseguivano veloci e abbastanza faticosi; andavo a piedi alle varie scuole, camminavo e camminavo, tenevo nella tasca del giubbotto il lettore cd e ascoltavo sempre  musica; il freddo non mi spaventava...avevo 28 anni e mi sembrava di volare, ero felice.
Utilizzavo l'autobus solo per raggiungere le scuole più lontane...una su Cumbernauld's road e l'altra vicino allo stadio. Erano tutte scuole cattoliche intitolate ad un santo.
Sarebbe forse noioso raccontare i dettagli lavorativi, ma qualcosa val la pena di dirla.
Bè, prima di tutto va detto che gli occhi di quei bambini mi hanno fatto innamorare e proprio lì ho deciso che sarei diventata un'insegnante.
Di allora conservo ancora oggi il ricordo di alcune docenti che mi colpirono in particolare per l'approccio che usavano con i piccolini, ponendosi con dolcezza, pacatezza, sempre lodandoli.
Ricordo con nostalgia le aule spaziose, i banchi disposti a isole, il materiale condiviso, i bambini ordinati nelle loro divise, gli ampi cortili dove giocare, la pausa per le insegnanti, la mensa.
La staff room era quello spazio in cui per circa 15 minuti ci si poteva rilassare sui divanetti sorseggiando un the caldo o un caffè, un tempo prezioso e necessario per ricaricarsi, che in Italia ancora ci viene negato, dovendo sorvegliare i bambini a ricreazione (lì invece venivano sorvegliati da altro personale, o da insegnanti a turno)
Io non capivo una parola delle conversazioni tra le colleghe scozzesi, come ho già detto il mio  livello di inglese era elementare.
Provo ancora dispiacere nel ricordare che pochissime insegnanti si siano effettivamente interessate  a me e abbiano avuto la delicatezza di mettersi nei miei panni, chiedendomi almeno come stavo.
A volte mi sentivo sola, mi mancava il poter ridere. Se non si capisce una lingua come si fa a ridere? Mica si capiscono le battute.
Il fatto che una lingua si impari per osmosi poi...solo essendovi immersi...è un'illusione.
Non stavo imparando un bel nulla! Mi sforzavo di tirar fuori le parole...e mi venivano in mente addirittura in latino e in sardo, tanto era il desiderio di comunicare! Ci è voluto del tempo, poi piano piano me la sono cavata meglio, sempre in scambi comunicativi di base.
Ho fatto anche tante gaffe che ora racconto ai miei alunni facendoli sbellicare dalle risate, tipo quando mangiavo a mensa con gli studenti (mentre tutti gli altri insegnanti mangiavano nella staff room) e dei bambini mi chiesero:"Why do you eat here?" e io risposi : "Because I like eating children", omettendo  WITH. I bambini sgranarono gli occhi e poi scoppiarono in una fragorosa risata.
O quella volta in cui ero al LIDL a fare la spesa e, non trovando l'uscita e non capendo le varie indicazioni che mi venivano date, finii in un'area privata del supermercato facendo scattare i controlli di sicurezza, per cui sono stata riportata alla cassa e semi perquisita come una ladra. Che vergogna!
Il lavoro era molto impegnativo perchè preparare CON NULLA  le lezioni era puro equilibrismo mentale. Non avevo un programma preciso da seguire, per cui mi basavo sulle indicazioni che mi dava una collega italiana che insegnava in un'altra zona della città, sempre con il MAE, ma non ero in grado di capire cosa effettivamente potevo chiedere ai bambini delle diverse classi.
Ad un certo punto (forse qualcuno si era reso conto che bisognava raddrizzare il tiro?) sono stata invitata a programmare con una collega scozzese che insegnava francese, in modo da strutturare dei topic in parallelo per le stesse fasce d'età.
E lì mi sono resa conto di quanta rigidità: mi venne chiesto di non insegnare gli articoli determinativi perchè erano "irregolari", per esempio davanti a OCCHI avrei dovuto dire di usare I e non GLI, per non confondere i bambini.
Naturalmente non ho seguito questo consiglio!
Comunque questa collaborazione fu proficua e iniziai anche a raccogliere qualche frutto: che emozione quando i bambini di classe 1 formularono
le prime frasine in italiano!
Dopo qualche mese iniziavo ad avere le idee più chiare, il sabato mi fu proposto di insegnare italiano in un'altra scuola, anche ad adulti, e accettai con gioia, era davvero interessante.
Purtroppo sapevo che il mio tempo volgeva al termine, ero una supplente...e l'insegnante di ruolo avente diritto STAVA PER ESSERE NOMINATO. Ogni giorno in più da febbraio era un giorno regalato.
 Era tempo di pensare a cosa avrei fatto DOPO.
St. Denis school - immagine presa dal web.

lunedì 2 settembre 2019

L'arrivo in Scozia

Sono partita dall'Italia il 5 novembre 2002, per atterrare ad Edimburgo intorno alle 18 mi pare.
Ricordo che sorvolando la Gran Bretagna si vedevano ovunque fuochi d'artificio...da lì non mi sono più dimenticata che il 5 novembre è la festa di Bonfire Night!
Ero stata all'estero solo un'altra volta, due anni prima, a Oxford, per seguire un corso di Inglese (tra l'altro al mio arrivo in Scozia il livello di inglese era un A2...e non avevo di certo idea di cosa significasse vivere immersa in una lingua ancora per me incomprensibile, e mai avevo sentito l'accento scozzese!).
Nonostante gli anni trascorsi siano tanti l'emozione di quei momenti  ancora la ricordo in modo vivido: era la mia impresa quella che avevo intrapreso, era il mio sogno quello che si stava realizzando!
Una volta atterrata non ci ho messo molto a dover affrontare una serie di incovenienti: per prima cosa la mia scheda telefonica non funzionava, pertanto non potevo contattare la direttrice del Consolato che mi aspettava in una piazza (Shandwick Place) ad una certa ora ( e io non sarei mai arrivata in tempo o comunque non avevo idea di come riconoscere la piazza).
Per fortuna dei ragazzi sardi conosciuti sull'autobus che dall'aeroporto mi portava in centro mi hanno gentilmente concesso l'uso del loro telefono, così ho potuto avvisare il mio fidanzato in Italia affinchè chiamasse in Consolato per comunicare il mio arrivo.
Dopo questo momento i ricordi un po' si perdono, sarò effettivamente scesa in quella piazza o mi sarò recata direttamente al Consolato? Chissà.
La memoria torna vivida se ripenso al primo impatto con l'odore di Edimburgo, un misto di profumi speziati, di cibi esotici e fish and chips, e all'alloggio che mi era stato prenotato, una camera al Thistle Hotel, davvero troppo costosa per una ragazza che partiva "senza arte né parte"!
Di quella notte da sola, senza poter condividere quei momenti con anima viva, ricordo il rumore fortissimo del vento che sentivo ululare fuori mentre ero accucciata sotto le coperte, stanchissima e ignara di cosa mi aspettasse dal giorno dopo.
Ho chiuso gli occhi pensando che quello era il vento del nord e che io ero proprio nel luogo in cui desideravo essere.

venerdì 30 agosto 2019

Perchè la Scozia

Perchè sogno ancora la Scozia dopo il mio primo soggiorno lì nel 2002/2003?
Gli anni sono passati ma la nostalgia per quella terra che sento come casa mia è aumentata, invece che scemata.
Ogni tanto metto a tacere il sogno, il desiderio di partire, poi prepotentemente questo pensiero riemerge dal mio inconscio e mi allaga, superando gli argini della ragione.
Ora, devo dare atto a me stessa che questi argini nel 2018 li ho spazzati via col mio ritorno in Sardegna, dopo 26 anni...e chissà, forse proprio questa scelta così coraggiosa mi ha ridato la forza per aspirare a ben altre mete, anzi, ALLA META.
Spulciando vari blog mi sono imbattuta in quelli di Ilaria Battaini e Beatrice Roar e ho acquistato il loro libro: la porta della mia vita si è spalancata di nuovo verso il nord.
Sognavo la Scozia molto prima della chiamata da parte del Consolato di Edimburgo, avvenuta in un uggioso pomeriggio del novembre 2002, mentre ero a casa di una mia amica a preparare dei biscotti.
Non ricordo quanto tempo prima, forse due anni, avevo presentato la mia candidatura per le supplenze all'estero, attraverso il MAE (ministero degli Esteri), visto che ancora non avevo un posto fisso da insegnante in Italia.
A dire il vero non insegnavo proprio; pur avendo superato il concorso ed essendo in una graduatoria per la chiamata in ruolo, ancora mi mantenevo lavorando nei ristoranti, unica entrata certa in quel momento.
Eppure sognavo, e non solo ad occhi aperti.
Sognavo, la notte,  bianche casette, ponti, mare. Era la Scozia.
Comunque in quel lontano pomeriggio di novembre la mia vita è cambiata per sempre.
Era la direttrice in persona a chiamarmi, dicendomi che era un'occasione che capita una volta ogni 1000 (e pensare che a me capitò anche l'anno dopo, con una chiamata da Madrid, ma ahimè avevo appena preso servizio in italia e non potei partire) e che non potevo lasciarmela sfuggire.
Infatti sono saltata sul mio treno, quello famoso che passa una volta sola.
Ricordo ancora il costo di quel primo biglietto aereo per la Scozia: 800 euro con la British Airways!
Nel giro di 5 giorni ho preparato il necessario e sono partita, destinazione GLASGOW.

To be continued...

mercoledì 24 luglio 2019

Vite che vanno

Oggi appena tornata a casa, a Budoni, ho sentito l'odore del mare.
Sono stata via solo tre giorni. Eppure appena scesa dalla macchina ho percepito subito il suo odore inconfondibile.
Questa è pura ricchezza.

C'è molta differenza tra il luogo dove sono nata (Busachi) e quelli in cui ho vissuto dopo: non ho mai abitato vicino al mare.
Ora se non fossi così pigra lo raggiungerei a piedi in soli 20 minuti di camminata sostenuta.

Nel mio paese non c'era il mare, ma un paesaggio rosso di trachite. E muri alti, case a più piani, cortili e portoni. Bellissimi portoni tipici, stile spagnolo, credo.
Sos pottalles (non so se si scriva così).


Dietro a questi portoni di solito si apre "unu fundagu", una sorta di scantinato coperto da una volta, oppure un cortile interno dove si svolgeva gran parte dell'operosa vita familiare quando in casa si producevano quasi tutti i beni di consumo: dal cibo agli indumenti.
Sa cottiggia, si trovava all'interno.
Da piccola ero curiosa di sbirciare oltre i tanti portoni.
Magari nel cortile c'era un pozzo, o un rigoglioso albero di giuggiole, o un melograno, o dei fiori.
Oggi dietro questi portoni c'è solo il silenzio lasciato da chi un tempo vi abitava e ora non c'è più.
Ogni volta che torno lì, il paese è più taciturno, delle migliaia di abitanti di 50 anni fa restano poche centinaia, la maggior parte di loro è anziana.
Un tempo le strade brulicavano di vita, le chiacchiere delle massaie che cianciavano fin dall'alba non permettevano certo di stare a letto fino a tardi. Le persone si facevano visita a tutte le ore e la caffettiera era sempre pronta sul fuoco.
C'era molta condivisione, ci si aiutava, o almeno così mi sembrava.
Ora un velo grigio pare avvolgere il paese.
 Provo una stretta al cuore ogni volta che ripenso a tutta quella vita e all'assordante silenzio di oggi.
Quando ero bambina e mia nonna mi portava con sè in chiesa o a fare delle commissioni provavo sempre la stessa fitta al cuore ogni volta che vedevo una persona anziana.
Gli anziani mi fanno pensare alla morte.
Vedevo e vedo il peso degli anni sulle loro spalle e in qualche modo me ne sento responsabile. Pensiero sciocco e infantile forse, ma è questo che provo.
Naturalmente nel gruppo delle persone che sono invecchiate ci sono i miei genitori, e i genitori delle mie amiche, e i pochi zii rimasti, e gli insegnanti che ho avuto, e i vicini di casa.
Molte persone care se ne sono andate negli ultimi anni.
Ieri ho salutato una cara zia di 99 anni che essendo rimasta vedova si trasferirà in continente dalla figlia.
E' nell'ordine delle cose.
Partirà tra un mese e non tornerà più al paese se non per essere seppellita, così ha detto.
Sono tornata a casa col magone. Poi ho recitato daimoku e ho lasciato andare questo triste pensiero, triste e inutile, perchè 99 anni di vita in salute e relativo benessere non sono da tutti, mia zia ha potuto festeggiare ben 75 anni di matrimonio!
Certo, vedere un'altra porta chiusa sarà doloroso, ma cercherò di trasformare il dolore in gratitudine per tutte le volte in cui sono stata felice in quella casa.
La vita è come l'acqua, non le si può impedire di scorrere.

sabato 20 luglio 2019

Sardegna un anno dopo

Un nuovo anno di me.
E' stato come rinascere; nello stesso luogo ma anche in un altrove indefinito, perchè nessun luogo rimane quello che era, e pure noi, non siamo più gli stessi.
E' come aver fatto un tuffo ed essere riemersa dall'altra parte del mondo.
Eppure quello che ho attraversato a ritroso è semplicemente il Mar Tirreno; eppure quello era il mio oceano.
Per un sardo, qualsiasi terra al di là della propria isola è un continente lontano.


 Nel mio orizzonte ora c'è Tavolara, isola nell'isola, maestosa e fiera, l'Hermea Insula che fin dai tempi antichi accoglieva i naviganti che raggiungevano il golfo di Olbia, città dalle mille contaminazioni, unica città greca in Sardegna.
Olbia significa felice. E in questo anno sono stata davvero felice.
Primo elemento di felicità: il blu; poi il sole, la luce, l'orizzonte lontano, il profumo della terra.
Ho ritrovato un'isola vecchia ma anche nuova. Un'isola più grande di come la ricordavo, con luoghi apparsi dal nulla che hanno occupato lo spazio che conservavo nei ricordi.
Anche la gente sembra diversa, ma in fondo in fondo, è sempre la stessa, come me.
E' stato strano ricominciare una nuova vita nella terra a cui appartengo, ma non nel paese in cui sono cresciuta.
Abitare al mare dà alla vita un altro sapore, apre la porta a nuove abitudini e queste suscitano nuovi desideri.
Mai come quest'anno la mia vita si è svolta all'aria aperta, per riconquistare tutti i raggi di sole persi in ventisei anni di lontananza.
L'autunno e l'inverno sono stati scanditi dal rumore del vento e delle onde, tutti i giorni, in una sorta di danza con l'universo, a ricordare quanto la nostra vita sia legata agli elementi naturali.


 Acqua. La mia vita qui è legata principalmente all'acqua. Da essa sta prendendo forma la nuova me.